mercoledì 28 febbraio 2007

WOZ [01, moseca!]


Finalino musicale per gli ospiti del Woz.

martedì 27 febbraio 2007

WOZ[01, me]


Perché non ammetterlo? Mi diverto molto. Cioè, ogni volta è una gran fatica prepararlo ma dà soddisfazione. Di che tipo? Imparo cose, tutto qui. Presto passerò dal racconto della fase 01 a quello della fase 02, e le cose si complicheranno, ma uno dei princìpi che determinano la scelta di approntare il laboratorio Woz sta nell'infinita curiosità di esplorare mondi, relazioni, circostanze, attitudini, condivisioni. La scuola (ahimé, mi costa dirlo), qualunque scuola o, meglio, il sistema entro cui devono pascolare le scuole, fossero capre, non consente gradi di libertà, non ha attitudine al rischio. Ogni impresa sa che se non rischia non ha futuro. Ora: il laboratorio sporge tutto verso un rischio senza limiti e le regole, quelle che si riescono a codificare, sono in continuo cambiamento; si trasformano le maniere di operare e, a favore o a discapito dei risultati, si plasmano le relazioni. Io cerco di stare dietro tutto questo, seppur a fatica, per continuare ad imparare. E alla fine mi riduco così...

WOZ [01, ante-ferro]

Quando ho visto queste foto, qualche mese dopo la fine del Woz, non ci volevo credere. Non sembra una trave curvata, piuttosto lo spirito di un drago che è stato domato e costretto alle briglie per essere "mostrato". E Totò, novello Quixote, ne attesta l'esistenza, o la fine.


WOZ [01, il ferro]


Messe così le cose, sembra tutto facile. Le immagini sono statiche e le cose, gli oggetti, sembrano non avere peso. Il tempo, nelle immagini documentali, pare svanito. E che ci vuole? E che vuol dire? Sparisce il tempo delle motivazioni, il tempo del confronto, quello degli sguardi e quello degli scontri. Il ricordo è appiattito da altro tempo che a quello si è sovrapposto, e le figure umane appaiono lontane. Ma non è così. Bisogna imparare a controllare il respiro, e ricordare. E ricordare.


Ogni singolo chiodo, ogni colpo di martello, con l'affanno di non riuscire a portare a termine quello sprazzo d'idea che voleva essere unica. Unica, per quel momento.


Null'altro, quindi, che un segno che ne cavalca un altro. Una linea e un cerchio, una schiena e un occhio, un mirino e un gesto. La linea senza peso non ha valore, il peso senza linea non significa niente. Probabilmente...

WOZ [01, Totò]

Dunque, Totò.

Come si vede ha fatto il fotografo. Poi ha lasciato segni colorati su alcune tegole ridipinte. Poi ha familiarizzato con tutti, ospiti e riacesi. Totò è così. O, almeno, per quanto io ne sappia Totò è così. Riace, il Woz di Riace e, anzi, quel Woz di Riace è stato un momento molto importante per me e per Totò. Era l'unico outsider, insomma lui e altri due, di tutto il Woz. C'è venuto perché il cuore gli ha detto che così doveva essere, ed è arrivato. Con Totò, fin dal nostro primo incontro "disciplinare", è stata una continua lotta (amichevole) sul "da farsi". Totò vorrebbe scalare tutti i giorni l'Everest in mutande (colorate), e magari dare una mano agli sherpa in difficoltà. E lo fa. Ma i luoghi che frequenta, e che ama, sono mediterranei e la sua poetica è meridiana. Diventerà un buon architetto, dovrebbe solo essere più rigoroso con se stesso. Poi, lì, in quella occasione, ha anche trasformato una trave nel "ferro", che l'anno successivo è diventato... lo vedremo! Ma per conoscere le cose che produce, che continua a pensare e per imparare a parlare come Totò basta cliccare sul link "solecaldo", qui a fianco. Giusto per dire che...

WOZ [01, foto]


Grazie al cielo qualcuno ha anche pensato di documentare quello che a Woz accadeva. Le foto che qui si vedono appartengo ad alcuni studenti fotografi che hanno avuto, come navigati professionisti, l'abilità di infiltrarsi anche dentro situazioni curiose o solo caratteristiche, per raccontare quanto stava succedendo. E sono stati operativi con costanza. A loro un ringraziamento particolare...

lunedì 26 febbraio 2007

WOZ [01, il lido]


Per eseguire un buon progetto bisogna saperlo orchestrare, ed è quello che sta facendo Salvino Comes (qui ritratto di spalle) che da una parte prepara il pubblico ad assistere ad un concerto molto particolare per corpi e voci, e dall'altra indica ai designers (attori, musicisti, provocatori) quando e come prendere posto per l'esecuzione dell'opera prima, e unica, riguardante il "lido" di Riace. Ora, giusto per saperlo, per quanto i famosi bronzi siano stati ritrovati nel territorio di Riace (casualmente) in realtà il vero paese sta in collina, a sei/sette chilometri dal mare e, per quanto ne so, i bronzi a Riace non ci sono mai stati. Certo, c'è una Riace Marina che è frazione di quella collinare ma la vera provocazione era, appunto, quella di pensare e promuovere un lido in altura, per bagni di sole. Guardare per credere!

WOZ [01, il lido-album]





WOZ [01, lavori]

Dopodiché ognuno ha iniziato a produrre cose, seguendo traiettorie spesso inattese. Poco tempo per il progetto e una attenzione concentrata verso un risultato, che fosse o meno concordato con i tutors. Questa, per esempio, è una delle questioni emerse e di cui sono cambiate le impostazioni in corso di organizzazione del secondo e vero Woz di Riace: il rapporto tra "tutors" e "students". In questo caso il legame con le scuole era evidente, l'anno successivo (ma lo vedremo avanti) no.
Spesso, facendo, accade che le intenzioni e le considerazioni sul progetto cambiano, e si fa caso a come un'autocostruzione con mezzi poveri e materiali elementari incida sulla maniera di pensare il progetto. Sicché molti progetti si sono modificati in corso d'opera, alcuni sono arrivati sino in fondo, prediligendo alla complessità l'intuizione fulminea e all'articolazione in parti la sintesi.
Queste poche immagini testimoniano un momento topico: il workshop.





domenica 25 febbraio 2007

WOZ [01, avanti]


Alcuni di loro si saranno certamente laureati, altri magari già lavorano. Qualcuno sta seguendo la "carriera" universitaria con qualche dottorato o borsa di studio, altri ancora, magari o per malasorte, stanno studiando o hanno interrotto il rapporto con la scuola. Abbiamo iniziato il Woz, una volta giunti tutti al porto, con questo briefing. Io ho detto quel che andava detto, quali potevano essere le linee di ricerca, quali cose potevano essere disegnate e quali altre realizzate. Alcuni hanno fatto delle domande, altri si sono rintanati nel cantuccio delle loro case per mettere a posto borsoni e computers. Eravamo ospiti di una cooperativa che a Riace affittava, e lo fa tuttora, le case private. Quella, ad esempio, è la sala da pranzo (vedi foto successiva) di una casa piuttosto capiente, che diventò, allora, il nostro quartier generale.


Da lì ci siamo inventati (o abbiamo cooptato dalla organizzazione della vita da studenti) il fatto che il luogo in cui si abitava sarebbe potuto diventare, a Woz, il luogo del lavoro e dell'esecuzione delle cose. Così è stato, così continua ad essere. Poi, le case sono anche diventate stanze d'arte (nella seconda edizione più che nella terza). E da lì l'idea, condivisa da tutti, di cercare nelle relazioni "altre" la possibilità di allargare i confini ristretti che la progettazione impone. Parlare con nuovi interlocutori, confrontare discipline, assumere idee da altri campi: vedere, in sostanza, cosa accade nel campo del design quando lingue differenti confluiscono verso un comune obbiettivo. Così si precisano delle linee guida che l'anno successivo verranno strutturate con l'apporto di differenti soggetti.

WOZ [01, album]

WOZ [01, wordshop]


Ci sono modi di parlare e modi di ascoltare.


Ci sono modi per guardare e per guardarsi, per chiacchierare e per impegnarsi, per discutere e per distendersi. Per piacersi o per stare in silenzio.


Ognuno di noi, normalmente, ha i suoi criteri per giudicare chi gli sta di fronte.

Ecco, dunque, forse bisogna ritrarre il criterio e attendere che le cose, le parole, i desideri e le intenzioni, fluiscano da soli, da sole, fino ai risultati che siano o meno attesi, più o meno compresi, più o meno condivisi.

WOZ [01, 25?]


Lo spirito del Woz è questo. Non è formale, non è ufficiale, e non è soltanto, come spesso accade, un "wordshop". In questa fotografia ci siamo quasi tutti. Mi pare sia stata scattata dopo l'exploit del LIDO, poco importa. In un certo senso indica la maniera di fare i seminari, le sessioni di approfondimento, le riunioni. Ce lo siamo detti sin dall'inizio (e in questo, come dice Luigi, "ci colpa Salvino") che il buon progetto nasce attorno ad un buon problema. Quando due o tre persone che hanno intenzione di proporre una soluzione ad un determinato problema si incontrano, ecco, lì si mette in piedi un seminario, all'interno del laboratorio. Ovviamente, lo dico per i più pudichi, giacca e cravatta (per i boys) e il tailleurino (per le girls) ce li eravamo appena tolti. Non lo ricordo con precisione. E non ricordo se fosse il 25 aprile, in quel caso.

WOZ [01, viaggi]

Questa è un'altra bella immagine, se si vuole, per quanto appaia normale e, forse ai più, insignificante. Ogni anno, a partire dalla prima edizione veramente sperimentale, Woz accoglie gente provieniente da molti luoghi. Chi viene porta con sé la propria esperienza, e traduce il proprio essere, e stare, di un luogo nel viaggio dalla sede al luogo del laboratorio. Questa foto significa il passaggio sullo Stretto di Messina, nulla di più. Eppure vuol dire che una comunità siciliana di attori (nel senso progettuale del termine) ne incontrerà un'altra di altro luogo. Gente che si riunisce attorno all'idea che per fare un progetto, qualunque, bisogna condividerlo. E che per arrivare ad un risultato corretto bisogna trovare il "giusto mezzo".

WOZ [01, in realtà]



L'esperimento è stato fatto, dunque e, comunque, andava fatto. Quello che i prossimi post comunicheranno - per chi c'è stato (e mi attendo commenti) e per chi no, come in una sorta di album di famiglia, piuttosto che una parziale raccolta di fotogrammi - affiorerà da quello che i ricordi e l'oblio in questi tre anni hanno lasciato permanere. Per questo motivo, appunto, ho raccolto delle foto tratte da vari momenti del laboratorio. Come quella qui sopra, un momento relativo all'accoglienza degli ospiti (che erano miei studenti a Reggio Calabria). La riflessione che ho fatto riguardo a quell'esperienza è che poteva essere realizzata dovunque. Riace era un pretesto urbano, che si sarebbe potuto chiamare Bova, Milo, Pentedattilo o Lampedusa. Un pretesto per capire cosa avrebbe cambiato di un progetto, o come sarebbe cambiato l'atteggiamento di designers in nuce di fronte al corpo reale di una città, o anche di spazi domestici, con i quali si sarebbero dovuti confrontare. Devo dire che la fortuna (anche critica) di Woz in questi primi tre anni è dovuta al coraggio di quelle trenta persone di accettare la sfida. Si fossero rifiutati, non sarebbe successo nulla.



Inoltre, per dirla tutta, questa è una delle foto più belle di quella edizione di Woz. La ragazza che guarda verso il paesaggio è appena arrivata, ha ancora un bagaglio sulle spalle e prova a cercare di immaginare (questo lo penso io) come ci si confronterà con quel posto. In cima alla collina di fronte, per esempio, alla fine dei tre giorni Totò Melita collocherà il suo "ferro". Il terrazzo qui ritratto diventerà uno dei posti topici del Laboratorio, luogo d'incontro collettivo e di lavoro, e ritornerà ad esserlo, se si vuole, con maggiore forza l'anno del Woz in cui Riace non sarà più un pretesto ma una scelta. Quella ragazza oggi è un architetto.

sabato 24 febbraio 2007

WOZ [numero zero]



Così si è presentata Riace al nostro arrivo, per il numero zero di Woz. Il progetto era quello di verificare "on site" se alcune idee di un corso di design, elaborate sotto la campana di vetro di un luogo asettico (casa propria, la scuola, la scrivania di un computer) potessero avere senso, e forza evocativa, una volta collocate "veramente" da qualche parte. Questo l'incipit. Poi, una volta lì, molte cose sono cambiate perché si è toccata con mano, e non è un luogo comune, la verità delle cose, la difficoltà di pensarle facendole, la propria capacità di arginare o scaricare le energie. I trenta pazzi che mi hanno seguito, e che hanno assecondato le follie di Luigi e Salvino, nonché Totò (che è un caso a parte) e "le transfughe" di un corso di landscape design, sono state, col senno di poi, le cavie su cui approntare il secondo Woz. Dalle loro motivazioni, capacità, sinergie, intuizioni e dai loro fallimenti, tentennamenti, malumori e crolli, è nata la volontà di continuare quel percorso. Questo blog, che nasce a due mesi esatti dall'inizio del prossimo Woz, cercherà di raccontare per frammenti, per commenti e per immagini il tempo che è trascorso sin qui. Può bastare?

WOZ?



Quando qualcuno, che non ha vissuto l'esperienza del Laboratorio, chiede "che vuol dire woz?" gli si oppone, in maniera sistematica, l'espressione stranita dell'interlocutore che gli risponde con una domanda: "woz?".

Woz, lo dico per chi non sa di cosa parlo e per farne una breve cronistoria, nasce per caso: come esperienza sul campo di un corso di design da me tenuto nel 2004 a Reggio Calabria. Quella volta invitai dei recenti amici, Luigi Patitucci e Salvino Comes, a condividere l'esperienza facendo trasferire anche i loro studenti siracusani per una tre giorni a Riace, in Calabria. Ci ho sperato, e loro sono venuti. Il primo Woz è stato apripista di un ragionamento che con loro due ho condiviso (e in parte con altri) e ho allargato ad una schiera di passionali incursori che operano nella professione e nelle scuole: architetti, artisti, designers, studenti. Il primo anno eravamo una trentina, tra studenti e docenti di Reggio e Siracusa. Abbiamo ripetuto l'esperienza riacese nel 2005, allargando le ali e la struttura relazionale (il network), e ci siamo ritrovati a condividere l'esperienza in settanta persone; solo che nella seconda release c'era anche gente di Torino, Udine, Firenze, Padova, Caserta, Catania, Messina, Reggio, Siracusa (i nomi in un prossimo post, compreso quello dell'italofranco venuto giù da Parigi solo per noi) che hanno avuto la pazienza e la disponibilità ad ascoltarmi, a condividere l'idea, a mettersi in discussione, nonostante Woz dimostrasse una totale e vivace indipendenza da schemi e scuole. Lo scorso anno a Ustica eravamo in centotrenta, e io temo cosa possa accadere quest'anno. Una cosa è certa, l'unica forse, di Woz: il feticcio riportato in alto, opera di Filippo Malice e coniato, come fosse la nostra moneta del sogno, durante il secondo laboratorio; ovvero, la risposta alla solita domanda.